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Re Artù a Modena

Itinerario:

Scritto il da Maria Chiara Ferraù

Cosa c’entra l’Emilia Romagna con il leggendario re Artù che si sedeva alla tavola rotonda con i suoi cavalieri? Qui, precisamente a Modena, la storia, la leggenda di Artù è stata scritta sulla pietra quasi 100 anni prima che Chrétien de Troyes scrivesse il poema incompiuto “Perceval le Gallois ou le conte du Graal” che rese famoso in tutto il mondo il re e la cerca del sacro Graal.

Nel cuore della pianura Padana, lungo la via Emilia costruita dai romani, nel cuore di Modena, dove i simboli del potere civile e del potere religioso si affacciano su piazza Grande troviamo lo splendido duomo dedicato a San Geminiano.

E qui, sulla pietra, sono stati lasciati dei messaggi esoterici, raccontati attraverso segni scolpiti di difficile discernimento. Fra sculture, capitelli, lesene e bassorilievi di questo edificio, la porta situata sul lato sinistro che si affaccia a settentrione, detta porta della pescheria è la porta più affascinante e misteriosa per i messaggi in essa scolpiti.

Nell’archivolto del portale della pescheria sulla pietra viene inciso l’assalto di alcuni cavalieri armati di lance ad un castello turrito. Al centro del castello una prigioniera che a mani giunte quasi supplicante, guarda verso i cavalieri alla sua destra, mente il suo carceriere sta sollevando il ponte levatoio. Sull’archivolto, sopra i personaggi, si trovano i nomi di tutti, tranne che di uno.

Partendo da sinistra, il primo cavaliere è Isdernus. Il secondo, senza nome, è il più misterioso. Sicuramente è un cavaliere perché dotato di scudo, spada e lancia, ma senza elmo e armatura. La scritta Artus de Bretania è posta fra questi e il successivo cavaliere che monta sulla lancia uno stendardo, probabilmente un segno di nobiltà. La scena prosegue con un villico a piedi armato di piccone e pronto a colpire. L’iscrizione sopra di lui recita Burmaltus. Nel castello la prigioniera è Winlogee mente il suo carceriere è Mardoc. Proseguendo verso destra troviamo un cavaliere di nome Carrado che difende il castello dai cavalieri in arrivo. Galvagin, Galvariun e Che. Sull’archivolto è narrato un brano della leggenda di Artù di Britannia che però non viene chiamato re. È una narrazione, questa, che abbraccia la teoria dell’Artù dux bello rum o del Comes britanniarum, secondo le quali Artù è il comandante britanno romano di truppe celtiche che intorno al 500 d.C. difendevano i confini dell’impero romano e la Britannia dalle invasioni dei Sassoni e degli Angli.

Sicuramente si tratta di una delle tante leggende che ruotano alla figura di re Artù, ma la particolarità è che la narrazione dell’archivolto racconta un episodio tratto dal Drmat Le galoise, opera anonima del XIII secolo, di cento anni successiva alla datazione della porta, nel quale Ginevra viene rapita dal cavaliere gigante Carados che la porta alla Torre Dolorosa da Mardoc.

Probabilmente la storia di Artù venne scritta dopo che alcuni trovatori provenienti dal nord siano giunti nella Pianura Padana per narrare le gesta del mitico re. Rimane il mistero. Come mai nessuno dei poemi conosciuti all’epoca parlano della storia che invece si trova sul portale della Pescheria a Modena. O forse la risposta è in una donna: Matilde di Canosse che il 9 giugno del 1099 pose la prima porta del duomo e che probabilmente aveva finanziato con le sue immense ricchezze la costruzione dell’opera. O, invece, il mistero è ancora più complesso?

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